Intervista all’imprenditore Nicola Carbonara

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In un’epoca caratterizzata da trasformazioni profonde e accelerate — tra innovazione tecnologica, globalizzazione e nuove dinamiche sociali — il tema del lavoro e della formazione dei giovani è più centrale che mai. Quali competenze servono davvero per costruire un percorso professionale solido? Come si colma il divario tra ciò che il mercato richiede e ciò che il sistema formativo offre? E quale ruolo possono giocare oggi l’intelligenza artificiale e l’esperienza internazionale? In questa intervista, all’imprenditore Nicola Carbonara, fondatore di numerosi istituti di formazione internazionali esploriamo questi temi con uno sguardo concreto e orientato al futuro, partendo dall’esperienza di chi ha costruito modelli formativi a stretto contatto con le imprese, attraversando settori chiave del Made in Italy. Un confronto che mette al centro i giovani, le loro scelte e le opportunità — reali — che il presente e il futuro possono offrire.

1) Nel contesto attuale, segnato da rapidi cambiamenti tecnologici e sociali, quali sono secondo lei le competenze più urgenti che i giovani dovrebbero sviluppare per entrare nel mondo del lavoro?

Oggi più che mai è fondamentale partire da una scelta consapevole: individuare un ambito professionale che susciti reale interesse e motivazione. La passione non è un elemento accessorio, ma il motore che consente di affrontare con determinazione un percorso di crescita e di specializzazione. Una volta definito il proprio campo, diventa essenziale acquisire competenze concrete, immediatamente spendibili. Il mercato del lavoro richiede sempre meno profili generalisti e sempre più figure specializzate, capaci di operare con efficacia in contesti ben definiti e spesso in rapida evoluzione. Accanto alle competenze tecniche, alcune abilità trasversali risultano imprescindibili: la padronanza della lingua inglese, che rappresenta ormai uno strumento di lavoro quotidiano, e la capacità di utilizzare le nuove tecnologie in modo consapevole e produttivo. In questo scenario, la vera chiave di accesso al mondo del lavoro è una formazione mirata, orientata alla pratica e costruita su settori in crescita, dove esiste una reale domanda di professionalità.

2) Lei ha fondato realtà formative in ambiti diversi, dal design al food fino allo sport, il turismo: qual è il filo conduttore che unisce questi progetti?

Il tratto distintivo che unisce tutti questi progetti è, innanzitutto, il valore della bellezza ed eccellenza italiana. Settori come il food, il design, il turismo o lo sport rappresentano non solo tradizioni consolidate, ma anche ambiti in cui il nostro Paese continua a esprimere un forte potenziale competitivo a livello internazionale. A questo si affianca un elemento ancora più determinante: il dialogo costante con il mondo delle imprese. Ogni progetto formativo nasce, infatti, dall’ascolto diretto delle aziende, dalla comprensione delle loro esigenze e dalla capacità di tradurle in percorsi didattici concreti. Questo approccio consente di individuare con precisione le figure professionali richieste e di formare risorse realmente in linea con le richieste di mercato. Il filo conduttore, quindi, è duplice: da un lato la valorizzazione dei settori strategici del Made in Italy, dall’altro la costruzione di un ponte solido tra formazione e occupazione, che renda i percorsi immediatamente spendibili nel mondo del lavoro.

3) Oggi si parla molto di “crisi del lavoro” ma anche di difficoltà nel trovare personale qualificato: dove si crea, secondo lei, questo mismatch (disallineamento)?

Più che una vera crisi del lavoro, si assiste oggi a una crisi di incontro tra domanda e offerta. Da una parte ci sono migliaia di aziende alla ricerca di personale preparato, dall’altra molte persone in cerca di occupazione: il problema è che spesso queste due realtà non riescono a dialogare in modo efficace. Il disallineamento nasce principalmente da percorsi formativi che non sempre rispondono alle esigenze concrete del mercato. Le imprese cercano figure operative, con competenze già applicabili e una mentalità orientata al lavoro, mentre molti candidati possiedono una preparazione prevalentemente teorica o non sufficientemente aggiornata. Per superare questo divario è necessario rafforzare il collegamento tra formazione e sistema produttivo, costruendo percorsi che integrino teoria e pratica e che preparino i giovani ad affrontare contesti reali. Solo attraverso questo dialogo continuo è possibile trasformare la domanda latente di lavoro in occupazione concreta.

4) Quanto conta oggi la formazione pratica rispetto a quella teorica, e come i suoi istituti rispondono a questa esigenza?

La componente pratica ha assunto un ruolo centrale. Senza una solida base teorica non è possibile sviluppare competenze strutturate, ma è l’esperienza diretta che consente di trasformare la conoscenza in capacità operativa. Proprio per questo, i nostri istituti pongono grande attenzione alla dimensione applicativa della formazione. Grazie alla collaborazione continua con aziende e professionisti del settore, i percorsi didattici vengono costruiti sulla base di esigenze reali e aggiornate. Gli studenti hanno così la possibilità di confrontarsi con strumenti, processi e dinamiche tipiche del mondo del lavoro. Stage e tirocini rappresentano una parte integrante di questo modello: non semplici esperienze accessorie, ma momenti fondamentali di apprendimento sul campo. In molti casi, queste opportunità si traducono in inserimenti lavorativi diretti, a conferma dell’efficacia di un approccio che punta a formare profili pronti e immediatamente spendibili.

5) L’intelligenza artificiale e l’automazione stanno trasformando interi settori: quali professioni vede emergere nei prossimi anni e quali invece rischiano di scomparire?

L’intelligenza artificiale va interpretata come un potente acceleratore del cambiamento, più che come una minaccia. Come tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche del passato, introduce nuove sfide ma anche enormi opportunità. È probabile che alcune mansioni ripetitive e a basso contenuto creativo vengano progressivamente ridimensionate, mentre crescerà la domanda di figure capaci di gestire, interpretare e integrare le nuove tecnologie nei processi produttivi. Non si tratta quindi solo di professioni legate direttamente all’AI, ma anche di ruoli tradizionali che evolvono grazie all’uso intelligente di questi strumenti. In questo scenario, la differenza la farà la preparazione: chi saprà aggiornarsi, acquisire nuove competenze e adattarsi al cambiamento avrà un vantaggio competitivo significativo. L’obiettivo non deve essere competere con la tecnologia, ma imparare a utilizzarla per amplificare il proprio valore.

6) Molti giovani italiani guardano all’estero per costruire la propria carriera: crede che l’Italia sia ancora un Paese di opportunità? Cosa andrebbe cambiato?

L’esperienza all’estero rappresenta senza dubbio un’opportunità preziosa. Confrontarsi con contesti internazionali permette di ampliare la propria visione, sviluppare nuove competenze e acquisire una maggiore capacità di adattamento. È un passaggio formativo importante, che arricchisce sia sul piano professionale sia personale. Allo stesso tempo, l’Italia continua a offrire opportunità significative, soprattutto in quei settori in cui esprime eccellenze riconosciute a livello globale. Il vero nodo non è la mancanza di possibilità, ma la necessità di rendere il sistema più efficiente nel valorizzare i talenti e nel collegare formazione e lavoro. Investire in percorsi formativi di qualità, rafforzare il dialogo con le imprese e creare condizioni favorevoli per l’inserimento dei giovani sono passaggi fondamentali. In questo modo, l’esperienza internazionale può trasformarsi non in una fuga, ma in un valore da riportare e far crescere anche nel nostro Paese.

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